Quei terroristi di ritorno che inquietano Mosca

Pubblicato il 18 luglio 2017 alle 4:54 in Russia

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Le sconfitte militari dell’ISIS in Siria e Iraq hanno messo in allerta le autorità russe. Aumenta, infatti, il rischio di rientro in patria dei circa 5000 foreign fighters dell’area post-sovietica, la metà dei quali di nazionalità russa.

Il presidente Putin. Fonte: kremlin.ru

Il presidente Putin. Fonte: kremlin.ru

Finché l’ISIS era vincente, o comunque veniva presentato come tale, giovani musulmani radicalizzati da tutto il mondo si sono recati a combattere in Siria e in Iraq. Una gran parte di questi proviene dall’area post-sovietica, dalle repubbliche musulmane della Federazione russa, dall’Uzbekistan, dal Tagikistan e dal Kirghizistan. L’8% dell’intero esercito dell’ISIS ha passaporto russo, denunciava nel 2014 il Parlamento Europeo. Cifre che si sono mantenute grosso modo stabili nel corso degli ultimi anni, anche secondo le autorità russe, e che non tengono contro delle bande che si sono affiliate ad altri gruppi, tra cui Al-Nusra.

Le sconfitte dello Stato Islamico, in ritirata ormai da mesi, innescheranno un processo contrario: il ritorno in patria. Di questo sono convinti i servizi di sicurezza russi. Mosca, che ha condotto in Medio Oriente una politica di forte intervenzionismo, ha assunto un ruolo di primo piano nella lotta al terrorismo internazionale. Tale politica, che è valsa al Cremlino la conquista di molti sostenitori anche in Occidente, ha fatto di Vladimir Putin un nemico giurato dell’ISIS. La Russia, già colpita il 3 aprile a San Pietroburgo 2017, potrebbe diventare, dunque, bersaglio di attentati da parte dei foreign fighters di ritorno. La propaganda di ISIS e Al-Qaeda in lingua russa non cessa infatti di minacciare vendetta contro Mosca.

Già a novembre il premier Dmitrij Medvedev aveva lanciato l’allarme: “Probabilmente sapete – aveva dichiarato alla TV israeliana – che migliaia di cittadini russi e individui di altre repubbliche ex-sovietiche stanno combattendo in Siria. Sono persone che hanno subito un lavaggio del cervello completo e tornerebbero a casa come assassini professionisti e terroristi. Noi non vogliamo che possano organizzare qualcosa di simile in Russia quando i fuochi siriani saranno spenti. Non consentiremo loro di tornare a casa“.

Mosca teme, oltre al costante rischio di nuovi focolai in Daghestan e Cecenia, il radicalizzarsi delle numerose comunità centroasiatiche che vivono nel paese e in particolare nelle Oblast’ di Mosca e Leningrado. I terroristi che il 3 aprile scorso hanno colpito la metropolitana di San Pietroburgo causando 14 morti e oltre 50 feriti erano proprio kirghisi che vivevano nella regione di Mosca. Secondo le cifre ufficiali vivono in Russia circa 5 milioni di persone provenienti dall’Asia Centrale ex-Sovietica, circa la metà di nazionalità uzbeka. Bisogna, tuttavia, aggiungere un numero di clandestini di poco inferiore.

Il Cremlino si muove su due direttrici: interna ed estera. All’interno della Federazione il governo centrale ha dato mandato alle autorità locali delle repubbliche di Cecenia, Daghestan, Tatarstan, Ossezia del Nord, Cabardino-Balkaria e Inguscezia di bloccare le attività degli imam più radicali e di monitorarne attentamente i seguaci. La sicurezza è inoltre aumentata nelle zone più a rischio del Caucaso del Nord, nelle grandi città, nelle zone militari e nelle località turistiche.

In Siria, Mosca ha lanciato, tra marzo del 2016 e lo scorso giugno, tre operazioni mirate a distruggere il contingente nordcaucasico dell’ISIS. I servizi segreti russi hanno avviato inoltre una stretta collaborazione con le forze di sicurezza delle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale, in particolare con quelle del Kirghizistan e del Tagikistan, patria di più di mille miliziani dello Stato Islamico.

Putin ha infine ottenuto l’assenso del presidente armeno Sargsyan per schierare le truppe russe di stanza nel paese alle frontiere con Iran e Azerbaigian. Il Nagorno-Karabach, sede di scontri tra armeni e azeri, potrebbe essere infatti uno dei luoghi utilizzati dai terroristi per infiltrarsi nel Caucaso del Nord. Bande cecene nel corso della guerra del 1988-94 combatterono al fianco degli azeri e, nonostante la sconfitta subita all’epoca, potrebbero sfruttare la loro conoscenza di quel territorio.

La Russia dal 1999 allo scorso aprile ha subito ad opera di terroristi ceceni 15 attentati che hanno causato centinaia di morti, 16 se si conta l’abbattimento del jet russo sul Sinai il 31 ottobre 2014 che provocò 224 morti. Gli attentati più tristemente noti sono l’attentato del teatro Dubrovka a Mosca, 130 morti il 26 ottobre 2002, quello della scuola di Beslan, 330 morti il 3 settembre 2004, e quello della metropolitana di Mosca, 40 morti il 29 marzo 2010. Il Cremlino  lavora per evitare di tornare a vivere simili esperienze.

 

Consultazione delle fonti in russo a cura di Italo Cosentino

 

 

di Redazione

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