Immigrazione, uno sguardo oltre l’Italia

Pubblicato il 18 luglio 2017 alle 6:04 in Asia Immigrazione

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Il problema dell’immigrazione e la gestione dei rifugiati sono temi molto discussi in tutti i paesi europei e in Italia in particolare. Nel 2015, sono stati più di un milione i migranti e i rifugiati in Europa. Pochi, però, sono consapecoli di ciò che accade ai migranti nei paesi extra-europei. 

Nel 2015, migliaia di profughi di etnia Rohingya hanno lasciato lo stato di Rakhine, nel nord del Myanmar, per raggiungere il vicino Bangladesh, come immigrati clandestini. Molti di loro, come i migranti del Mediterraneo, si sono avventurati su barconi  nel Mar di Andaman, cercando di raggiungere i paesi vicini. È su queste acque che si svolge una sorta di partita a ping-pong tra le marine dei paesi del Sud-Est Asiatico. Le pattuglie della guardia costiera di Indonesia, Tailandia e Malesia spingono i barconi di migranti lontano dalle loro coste per dirigerli verso i paesi vicini.

Solo le Filippine – giocando il ruolo di Italia d’Oriente – hanno aperto le porte ai rifugiati in arrivo, dando il buon esempio a Indonesia e Malesia che hanno acconsentito a fornire rifugio ai migranti, anche se solo temporaneo. L’esodo dei Rohingya è continuato anche nel 2016 e si è aggravato dall’ottobre di quell’anno a causa di una massiva operazione militare dell’esercito del Myanmar nello stato di Rakhine. Nel 2017, l’Onu ha avviato le procedure di verifica in merito alle accuse di abusi e violenze contro i Rohingya ai danni dell’esercito.

Il problema dei rifugiati non è una faccenda nuova per l’Asia, spiega Francesco Mancini, Assistant Dean e professore associato della National University di Singapore. L’Asia detiene il maggior numero di rifugiati al mondo. I paesi che ospitano più rifugiati sono: la Turchia con 2,7 milioni, il Pakistan con 1,5 milioni, il Libano con 1 milione e l’Iran con 970 mila. I Paesi del Sud-Est Asiatico contano più di 500 mila rifugiati. Quello della minoranza islamica Rohingya non è un caso isolato. Sono molte le minoranze etniche in Myanmar e in Tailandia a essere costrette a migrare. Gli altri paesi di provenienza dei richiedenti asilo sono il Bangladesh, la Cina, la Corea del Nord, il Pakistan e lo Sri Lanka. La maggior parte di questi rifugiati finisce in paesi poveri, con poche risorse e ancor meno possibilità di garantire loro benessere.

Nonostante l’entità del problema dell’immigrazione, l’Asia fa fatica ad affrontarlo. In generale, il continente è stato sempre molto conservatore di fronte ai rifugiati e ai richiedenti asilo e ha il minor numero di paesi signatari della Convenzione sui Rifugiati tra i continenti del mondo. I paesi dell’Asia non sono riusciti a creare un approccio comune per gestire la crisi dei rifugiati che va avanti da molto tempo e hanno preferito trovare soluzioni bilaterali di volta in volta.

Per poter parlare del problema dei rifugiati in Asia, occorre prima di tutto definire i confini geografici nei quali ci si muove. L’Asia è un continente molto grande e le politiche migratorie sono diversificate. Si tratta di diversità radicate nella storia e cultura delle sub-regioni dell’Asia e non tanto di ragioni economiche e politiche, secondo il prof. Mancini.

I paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) non parlano neppure di rifugiati, ma di “migranti irregolari”, ponendo l’enfasi del problema sull’aspetto della sicurezza e non su quello più umanitario richiamato dal termine “rifugiato”.

Tra i paesi dell’Asia Orientale sono pochi quelli che hanno siglato la Convenzione per i Rifugiati e la ragione è prettamente storica. Si tratta di una convezione internazionale euro-centrica, siglata dai paesi europei alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quasi nessun paese asiatico era presente all’atto della firma e quelli che c’erano hanno avuto un ruolo marginale. Negli anni 50 erano milioni gli asiatici sfollati a causa dei cambiamenti politici e sociali dovuti alla decolonizzazione, ma essi non rientravano nella definizione di “rifugiati” della Convenzione internazionale siglata a Ginevra.

Forse l’accordo europeo non rappresentava una scelta adeguata per i paesi dell’Asia, tuttavia essi negli ultimi 65 anni non hanno creato un meccanismo autonomo per la gestione delle crisi migratorie. Lo dimostra chiaramente l’emergenza umanitaria dei Rohingya in Myanmar del 2015-2016.

Lo stato dell’economia dei paesi non sembra, secondo il prof. Mancini, essere un indicatore utile per definire l’atteggiamento degli stessi nei confronti dei rifugiati. Spesso sono i paesi asiatici più poveri a dare rifugio a un maggior numero di persone. È il caso di Indonesia, Malesia e Filippine che più ospitano rifugiati, anche in parte provenienti dalla Siria, rispetto a paesi più ricchi come Corea del Sud, Giappone e Singapore. Singapore adotta limitazioni all’immigrazione per problemi di spazio viste le piccole dimensioni del suo territorio nazionale. La Corea del Sud deve gestire quasi 30 mila cittadini della Corea del Nord in fuga dalla patria. Il Giappone è il 4° paese donatore dell’agenzia Onu pe i rifugiati, ma i suoi confini sono quasi completamente chiusi.

Anche la Cina è riluttante quando si tratta di accogliere rifugiati, anche se il presidente Xi Jinping si è impegnato a investire 135 milioni di dollari in aiuti umanitari nel 2016. L’ultima volta in cui un massivo numero di richiedenti asilo è stato accolto in Cina risale al 1979, quando i richiedenti erano comunque di etnia cinese, durante la guerra del Vietnam. Allora la Cina dovette trovare rifugio per 300 mila persone provenienti dal Laos, la Cambogia e il Vietnam.

Quali sono i fattori principali che determinano l’atteggiamento chiuso dei paesi dell’Asia Orientale nei confronti dei migranti? I fattori sono tre: l’idea di sovranità e di appartenenza etnica, la religione e la sicurezza.

L’idea di sovranità dei paesi dell’Asia Orientale e del Sud-Est Asiatico è molto ristretta, con forte preoccupazione nei confronti di possibile ingerenze straniere nella politica interna. È una visione fortemente radicata nella cultura e nella storia di ogni paese, in cui l’appartenenza a una certa etnia è uno dei valori fondanti dell’identità culturale e nazionale. Il concetto di nazionalità è molto rigido e legato all’appartenenza etnica. Quando un paese asiatico accetta rifugiati, tende a scegliere persone che appartengano a una delle etnie maggioritarie sul proprio territorio.

Il secondo fattore importante che rende i paesi dell’Asia Orientale restii nei confronti dei rifugiati è la religione. Quasi tutti i paesi del Sud-Est Asiatico guardano e gestiscono con cautela la presenza di diverse fedi religiose. La maggior parte dei rifugiati o dei richiedenti asilo attuali è di fede musulmana, questo implica una maggiore inibizione nell’accettarli, soprattutto per i paesi non a maggioranza islamica.

L’ultimo fattore è anche l’unico che può portare i paesi dell’Asia Orientale e del Sud-Est a cooperare maggiormente sull’immigrazione ed è la sicurezza. Nel 2016, i paesi asiatici hanno siglato un accordo non vincolante noto come la Dichiarazione di Bali in cui si parla della necessità di un approccio “onnicomprensivo regionale” per risolvere il problema dell’immigrazione clandestina. Una necessità che si è concretizzata con la diffusione dei gruppi estremisti fedeli all’Isis nel Sud-Est dell’Asia e che ha portato a maggiori controlli di confine e pattugliamenti congiunti. Forse, conclude la sua analisi il prof. Mancini, l’apertura economica sempre crescente dei paesi asiatici e il loro ruolo crescente sullo scacchiere internazionale li porterà a cambiare il loro approccio nei confronti dei migranti e ad aprirsi alle altre culture e alle altre etnie.

A cura di Ilaria Tipà

34.000 persone di etnia Rohingya hanno lasciato il Myanmar, dall'ottobre 2016. Fonte: EU Humanitarian Aid and Civil Flickr

34.000 persone di etnia Rohingya hanno lasciato il Myanmar, dall’ottobre 2016. Fonte: EU Humanitarian Aid and Civil Flickr

di Redazione

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