L’immigrazione come strategia

Pubblicato il 17 luglio 2017 alle 23:59 in Il commento

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È colpa del governo Renzi se così tanti migranti sbarcano sulle coste italiane giacché fu quell’esecutivo a sottoscrivere l’impegno di accogliere i migranti in cambio del sostegno economico dell’Unione Europea. Così sembra, ma la questione è ben più complessa e si riassume come segue: l’Italia ha un interesse strategico a essere la meta preferita dei migranti. Dopo il crollo del comunismo, l’Italia ha perso la sua importanza strategica agli occhi degli Stati Uniti e, come conseguenza di ciò, agli occhi di tutti i paesi occidentali che contano di più. Durante la guerra fredda, le nostre coste erano la portaerei naturale degli Stati Uniti nel Mediterraneo. Abbiamo ospitato testate nucleari e soldati americani in qualità di Paese Nato. La politica è stata la causa principale delle nostre fortune economiche. Devastata dalla seconda guerra mondiale, l’Italia beneficiò di una grande quantità di finanziamenti americani e di una trama di relazioni diplomatiche virtuose, che posero le premesse per diventare ciò che siamo: uno degli Stati più ricchi del mondo, ancora oggi membro del G7.
Crollato il comunismo, e terminata la guerra fredda, l’Italia ha perso la sua importanza strategica. Il nome del nostro Paese è praticamente scomparso dalla stampa americana. Leggere la parola “Italia” sul New York Times è quasi impossibile. L’ultima volta che il New York Times ha dedicato un’analisi al nostro Paese, il 29 maggio 2017, lo ha descritto come una terra pressoché priva di importanza per gli Stati Uniti. Il New York Times ha richiamato l’attenzione sul fatto che Trump avesse lasciato, per troppe settimane, l’Ambasciata americana a Roma senza un ambasciatore.
Dal momento che l’immigrazione è il problema del futuro, l’Italia torna a essere centrale in Europa. Tutti sono tornati a parlare della centralità dell’Italia che, lamentandosi tutti i giorni nelle principali sedi diplomatiche, accumula un credito politico che cresce di giorno in giorno: un credito confermato anche dalle parole del presidente della Commissione Europea. Junker ha chiarito che tutti i paesi europei dovrebbero essere grati all’Italia, da lui definito un paese “eroico”. Il problema è che, durante la guerra fredda, eravamo centrali con il minimo sforzo. Ci bastava costruire aeroporti militari e grandi magazzini in cui stoccare le bombe atomiche della Nato. Prodi e Berlusconi ebbero l’intelligenza strategica di stringere ottimi rapporti con Gheddafi e questo è stato quasi tutto ciò che abbiamo potuto vantare come ruolo strategico per la sicurezza del Mediterraneo negli anni della cosiddetta seconda repubblica. Ma poi Gheddafi è stato abbattuto e la Libia è diventato un territorio senza Stato. Caduto Gheddafi, l’Italia è politicamente defunta come potenza regionale di qualche peso. Abbiamo così sviluppato una strategia politicamente povera basata sul principio che occorre compiacere gli Stati Uniti il più possibile. Abbiamo, ad esempio, inviato 950 soldati in Afghanistan, con una spesa considerevole a carico delle casse dello Stato, per stazionare in un Paese che ha scarsa importanza strategica per l’Italia o forse nessuna. 950 soldati italiani in più significa 950 soldati americani in meno. L’Italia ha speso 6,6 miliardi di euro per la missione in Afghanistan dal 2001 al 2016. Gli Stati Uniti li hanno risparmiati.
Oggi, il prezzo della nostra centralità politica è molto più alto e meno redditizio rispetto al passato. Il fenomeno migratorio pone infatti tre problemi. Il primo è quello della mancata integrazione dei migranti che ha ripercussioni negative su tutti gli italiani. Se va male, la mancata integrazione accresce il numero dei militanti di Isis e di al Qaeda. Se va bene, crea i ghetti. Il secondo problema è la spesa pubblica per soccorrere i migranti. Nel 2016, è stata pari a 3,3 miliardi di euro che dovrebbero diventare 4,4 miliardi nel 2017. Il terzo problema ha a che vedere con l’immagine che gli italiani hanno di se stessi. Si tratta di un problema di psicologia sociale. Gli italiani hanno infatti l’impressione di essere abbandonati dall’Europa nel soccorso ai migranti perché sono privi di importanza. In tal modo, l’opinione pubblica non si predispone ad affrontare grandi sfide strategiche. I media diffondono una sorta di fatalismo politico basato sulla convinzione che tutto venga deciso dalla Merkel. Gli italiani non investono tempo e denaro per riflettere sulle strategie migliori per risollevare il loro destino politico. A differenza di quanto accade negli Stati Uniti, l’università italiana, che è il motore scientifico di ogni paese sviluppato, non produce contributi significativi in tema di riflessioni strategiche. La conseguenza è che i partiti politici si muovono senza una bussola nell’arena internazionale. Accogliere molti migranti può accrescere il peso politico del nostro Paese, soltanto se l’Italia avrà una strategia per mettere a frutto il suo nuovo ruolo in Europa.
Alessandro Orsini, l’Espresso, domenica 16 luglio 2017

di Alessandro Orsini

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