Castro e Trump tra accuse e diplomazia

Pubblicato il 17 luglio 2017 alle 11:22 in America Latina Cuba

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Un mese dopo la decisione di Trump di sospendere l’applicazione degli accordi raggiunti da Barack Obama con Cuba, Raúl Castro evita lo scontro diretto e si dice pronto a negoziare, ma accusa il Presidente americano di essere responsabile dell’indurimento dell’embargo.

Raúl Castro il 1 maggio scorso. Fonte: elobservador

Raúl Castro il 1 maggio scorso. Fonte: elobservador

“Cuba e gli Stati Uniti possono cooperare e vivere l’uno accanto all’altro, rispettando le differenze” ha affermato Raúl Castro parlando all’Assemblea Nazionale dell’Avana e affrontando per la prima volta il tema della sospensione degli accordi decisa da Donald Trump lo scorso 15 giugno.

La decisione di Trump di ridurre la libertà di viaggi a Cuba e impedire qualsiasi forma di commercio con il settore militare dell’isola, frutto degli accordi tra Castro e Obama, è, secondo Castro “un rafforzamento dell’embargo unilaterale” che danneggia entrambi i paesi. Cuba, forte dei recenti accordi con l’Unione Europea e dell’aumento di investimenti russi, cinesi e canadesi sull’isola, insiste nel presentare Trump come isolato su un embargo rimasto ormai “unilaterale”.

Tuttavia, la decisione di Castro di rispondere al presidente USA a un mese di distanza e con toni che, al di là della tradizionale retorica, rimangono di cauta apertura, è vista come l’espressione della volontà del governo cubano di mantenere aperti i canali e proteggere quanto accordato da Obama. La stessa decisione di Trump di non modificare l’accordo raggiunto sulle rimesse degli emigranti, fondamentali per l’economia dell’isola, lascia intravvedere margini di negoziato alle autorità dell’Avana.

“Sappiamo cosa succede lì e non vogliamo dimenticarlo. Cuba deve legalizzare i partiti, permettere elezioni monitorate, liberare i prigionieri politici e consegnare i fuoriusciti che protegge, finché non c’è libertà ci saranno restrizioni” – aveva dichiarato il Presidente degli Stati Uniti il 15 giugno scorso a Little Havana, il quartiere di Miami abitato dagli emigrati anticastristi.

Tuttavia, Trump ha lasciato aperta l’ambasciata a L’Avana, non ha bloccato gli investimenti nel turismo, i voli commerciali, le crociere dalla Florida, i viaggi dei cubanoamericani e, come detto, non ha toccato l’accordo sulle rimesse degli emigrati. Le autorità dell’Avana hanno, dunque, un pacchetto di accordi ancora in vigore da utilizzare come base per eventuali trattative.

“Dieci governi si sono succeduti prima che Obama si rendesse conto che, nonostante le differenze, è possibile convivere in maniera civile – ha affermato Raúl Castro – Le misure di Trump sono impopolari in vasti settori della popolazione statunitense e anche dell’emigrazione cubana, e sono appoggiati solo da una piccola minoranza nella Florida meridionale”. Detto ciò il leader cubano ha sottolineato la propria volontà di continuare a negoziare con Washington.

Castro, che il prossimo febbraio lascerà la presidenza di Cuba e la guida del Partito Comunista Cubano, intende lasciare ai suoi successori una strada da percorrere nelle trattative con Washington, convinto che anche negli Stati Uniti sia forte la convinzione che l’embargo abbia sostanzialmente fallito i suoi obiettivi politici.

 

Traduzione dallo spagnolo a cura di Italo Cosentino

di Redazione

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