Hong Kong e la Cina: il focus della settimana

Hong Kong, dopo un secolo di dominazione britannica, è tornata sotto la sovranità della Repubblica Popolare Cinese il 1 luglio 1997. Tra qualche giorno, il primo luglio, si terrà la celebrazione del ventesimo anniversario del ritorno di Hong Kong alla patria. Negli ultimi vent’anni, l’isola è stata governata secondo il principio “un paese, due sistemi”, in base al quale Hong Kong ha potuto mantenere un certo grado di autonomia e non adeguarsi al comunismo del continente, grazie agli accordi raggiunti tra Cina e Regno Unito a partire dalla dichiarazione di intenti del 1984. Secondo Pechino si è trattato di un ventennio di successo. Intanto, sull’isola aumenta la preoccupazione per il maggiore controllo che il governo centrale cinese esercita sulla politica interna e per lo stallo del processo che dovrebbe portare alla creazione di una piena democrazia.

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Il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, è giunto ad Hong Kong il 29 giugno, per la sua prima visita sull’isola da quando è entrato in carica, nel 2013. La ragione della visita è la celebrazione del ventesimo anniversario del “ritorno alla Cina” di Hong Kong, avvenuto il 1 luglio del 1997.

Al suo arrivo ad Hong Kong, il presidente Xi Jinping, accompagnato dalla first lady Peng Liyuan e da una numerosa delegazione di funzionari, ha affermato di essere giunto sull’isola con tre obiettivi. Il primo è quello dei festeggiamenti per il ventennale dal ritorno di Hong Kong alla sovranità cinese. Un ventennio che il presidente ha definito di successo. Il secondo obiettivo è quello di mostrare il suo sostegno all’isola. Il governo centrale, ha dichiarato il presidente, negli ultimi vent’anni è sempre stato il sostegno stabile per lo sviluppo dell’isola e continuerà ad esserlo in futuro, per promuovere l’economia e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Il terzo obiettivo è quello di pianificare il futuro. “Incontrerò tutti i rappresentanti del governo regionale per riconsiderare insieme la storia degli ultimi vent’anni, per imparare dalle esperienze fatte e pianificare il futuro. Tuteleremo il principio un paese e due sistemi e la sua stabilità nel tempo”, ha dichiarato Xi Jinping.

Durante i festeggiamenti di sabato 1 luglio, si terrà anche la cerimonia di insediamento ufficiale della nuova governatrice della regione amministrativa speciale, Carrie Lam. Carrie Lam ha vinto le elezioni regionali effettuate senza suffragio universale, ma attraverso la votazione del Comitato Elettorale e gode dell’appoggio di Pechino.

Il leader degli attivisti per la democrazia di Hong Kong, l’ex studente Joshua Wong – ora segretario generale del gruppo pro-democratico per l’auto-determinazione di Hong Kong, Demosisto – è stato arrestato nella notte tra mercoledì 28 e giovedì 29 giugno. Joshua Wong, insieme ad altri 30 attivisti, ha organizzato un sit-in davanti alla scultura dorata a forma di fiore di bauhinia che è posta all’ingresso del centro congressi dove si terrà la cerimonia celebrativa del 1 luglio. La statua è l’emblema del ritorno di Hong Kong sotto la giurisdizione della Cina, dono di Pechino nel 1997. Durante il sit-in, durato 3 ore, alcuni attivisti si sono incatenati alla scultura, altri hanno tentato di scalarla e si sono rifugiati all’interno della stessa. All’arrivo della polizia, che ha sgombrato l’area, la maggior parte degli attivisti si è allontanata, mentre Joshua Wong e Nathan Law – altro leader dei movimenti pro-democrazia dei giovani di Hong Kong e legislatore – sono stati trascinati via dai poliziotti. Il 27 giugno, gli attivisti guidati da Joshua Wong avevano coperto la scultura simbolo con un drappo nero per indicare il periodo buio che Hong Kong avrebbe vissuto negli ultimi vent’anni di giurisdizione cinese. La zona di Bauhinia Square è stata circondata dalle forze dell’ordine e le misure di sicurezza intraprese sono al pari di quelle anti-terrorismo, per garantire la sicurezza del presidente Xi Jinping.

Le proteste anti-Pechino ad Hong Kong hanno registrato un’escalation negli ultimi venti anni. Secondo i dati pubblicati dal quotidiano online Xianggang01, voce vicina al popolo di Hong Kong, sebbene l’isola goda di libertà di aggregazione in pubblico e di manifestazione, dal 1997 al 2016 sono state 85 mila le occasioni in cui è intervenuta la polizia. L’uso delle forze dell’ordine per sedare manifestazioni e proteste ha registrato un crescendo significativo, scrive il quotidiano, nel corso dell’ultimo ventennio. Vent’anni in cui il malcontento per quella che viene percepita come un’ingerenza sempre più forte da parte della Cina negli affari dell’isola si è diffuso tra i giovani, soprattutto dopo le proteste del 2014.

Il 31 agosto 2014 il Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo Cinese ha emanato modifica alle modalità di elezione del Chief Executive – il governatore della regione amministrativa speciale di Hong Kong – per il 2017. Si tratta di un emendamento che pur definendo le elezioni a “suffragio universale”, tuttavia ne delimita lo scopo e stabilisce che deve essere un comitato elettorale a pre-selezionare due o tre candidati governatori, tra i quali poi la popolazione potrà scegliere. L’emendamento è stato considerato dalla popolazione di Hong Kong come una negazione della Basic Law – la legge che funge da costituzione dell’isola dal 1997 – che prevedeva un graduale raggiungimento del vero suffragio universale e come un’ingerenza da parte di Pechino negli affari interni dell’isola.

Dal settembre al dicembre 2014, più di 100 mila persone, per lo più giovani e studenti, tra cui si sono distinti Joshua Wong e Nathan Law, un giovane legislatore, hanno occupato le strade di Hong Kong manifestando contro la riforma elettorale. Le loro proteste sono divenute note con il nome di “rivoluzione o movimento degli ombrelli”, poiché sono stati gli ombrelli l’unica arma usata dai manifestanti per proteggersi dai gas che la polizia ha utilizzato contro di loro. Nel giugno 2015, il Consiglio Legislativo di Hong Kong ha votato a sfavore dell’applicazione dell’emendamento, mantenendo inalterato il metodo di selezione del Chief Executive precedente che non prevede, comunque, il suffragio universale.

Joshua Wong, come altri protagonisti delle proteste del 2014, ha dato vita a un movimento per l’auto-determinazione di Hong Kong con il nome di Demosisto. L’obiettivo dei partiti e dei gruppi nati sulla scia della rivoluzione degli ombrelli è quello di vigilare e denunciare l’ingerenza della Cina sugli affari interni all’isola che dovrebbero ricadere nell’ambito dell’autonomia della stessa, ma ancor più è quello di prepararsi al 2047, quando le attuali garanzie che tutelano le libertà di base sull’isola verranno meno.

L’isola di Hong Kong ha avuto lo status di colonia britannica dal 1841 al 1997, anno in cui è stata riconsegnata alla Cina continentale, non senza un lungo processo negoziale per garantire all’isola un certo grado di autonomia.

Nel 1984, la Cina e il Regno Unito hanno siglato una Dichiarazione Congiunta in cui affermano l’intenzione della Gran Bretagna di restituire la sovranità sull’isola di Hong Kong alla Cina. Proprio nella Dichiarazione si afferma che Hong Kong avrebbe mantenuto il suo sistema economico, non avrebbe applicato il comunismo vigente nel Continente e sarebbe divenuta una regione amministrativa cinese della RPC in base al principio “un paese, due sistemi”. Tale principio sancisce che Hong Kong è parte integrante del territorio della Cina, quindi le due costituiscono “un paese”, ma mantiene un buon grado di autonomia e autogestione con il sistema capitalistico in vigore, continua ad applicare lo stato di diritto e a tutelare i diritti umani e ad avere un sistema di governo parzialmente democratico. All’isola viene anche concesso di portare avanti i suoi rapporti economico-commerciali con il Regno Unito, costituendo un sistema a sé stante rispetto a quello del regime comunista di Pechino.

Gli anni successivi alla sigla della Dichiarazione sono segnati da costanti negoziati, finché il 4 giugno del 1989 l’esercito di Pechino non interviene per sedare le manifestazioni pro-democrazia nella capitale, in quello che viene ricordato come l’incidente di Piazza Tian’anmen. Ad Hong Kong aumenta il desiderio di maggiori garanzie a tutela della democrazia. Nel 1990 il governo di Pechino approva la bozza di legge per la Basic Law per Hong Kong, che fungerà da nuova costituzione a partire dal 1997. L’ultimo dei 28 governatori britannici, Chris Patten, tenta di ampliare la base di voto per l’elezione del governatore e del Consiglio Legislativo, in vista del ritorno dell’isola alla Cina, ma viene fermato dalle autorità centrali che minacciano di interrompere i rapporti economici con l’isola. Nel 1994, viene approvata una versione meno audace delle riforme elettorali desiderate a Patten e l’anno successivo eletto il Consiglio Legislativo.

Il 1 luglio 1997, Hong Kong torna ad essere territorio della Repubblica Popolare Cinese, con le garanzie previste dalla Dichiarazione Congiunta e dalla Basic Law, che tuttavia sono destinate a scadere nel 2047. Gli accordi tra Cina e Regno Unito avevano una validità di soli 50 anni.

In occasione del ventesimo anniversario del ritorno di Hong Kong sotto la giurisdizione cinese, l’ex governatore Chris Patten ha rilasciato un’intervista al Time in cui fornisce la sua visione sul futuro dell’isola. Margaret Tatcher, afferma Patten, aveva presagito l’attuazione di una piena democrazia e il raggiungimento di un sistema a suffragio universale a dieci anni dal passaggio di consegna, ciò non è accaduto. “Nonostante questo, Hong Kong è riuscita a mantenere, in gran parte, le sue libertà, autonomia e stile di vita”, sostiene il politico britannico. È innegabile, afferma Patten, che negli ultimi anni – dal 2014 in particolare – Pechino abbia rafforzato la sua stretta su Hong Kong. “Lo si può vedere in molti modi diversi. Dagli attacchi ai giudici e allo stato di diritto, all’aumentata attività dei rappresentanti di Pechino ad Hong Kong e alla loro ingerenza nella vita della città. Ci sono stati rapimenti per le strade e una riduzione evidente della libertà di stampa e, ovviamente, lo stop agli sviluppi in senso più democratico”, spiega il governatore britannico. Nonostante l’aumentata presenza degli ufficiali di Pechino, il quadro per il futuro dell’isola, secondo Patten, non è buio, grazie alla caparbietà della gente che la abita. “Io nutro grande fiducia in Hong Kong. Non a causa di Pechino e nemmeno grazie a Londra. Io ho grande fiducia nelle persone che vivono ad Hong Kong. Hanno un grande senso della loro propria identità, dell’essere cinesi a modo loro, come società libera e credo che questo vada oltre quello che chiamiamo comunismo cinese. Dovunque si vada ad Hong Kong due sono le cose che colpiscono di più. La prima è come si modifica lo skyline, il paesaggio urbano. La seconda è come, nonostante ciò, girando l’angolo dopo un grande grattacielo moderno, ci si trovi ancora in un angolo della vecchia Hong Kong che è pronta ad ingoiarti.”

In merito alla visita del presidente della Cina, Patten è convinto che sarebbe molto apprezzato e rassicurerebbe il popolo di Hong Kong se il presidente Xi Jinping ribadisse, durante la sua visita, che la Cina è ancora determinata a mantenere lo stile di vita che è proprio della società civile dell’isola, così come la tutela dei diritti umani e lo stato di diritto che la contraddistinguono. Si tratterebbe di affermazioni molto importanti per i cittadini di Hong Kong che sono sempre più preoccupati per il futuro dell’isola.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

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