Tensioni tra Turchia e USA per il mandato di arresto emesso contro 12 guardie di Erdogan

Pubblicato il 17 giugno 2017 alle 10:21 in Medio Oriente Turchia

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Il quotidiano turco, Hurriyet Daily, ha riportato che il Ministero degli Esteri turco, il 15 giugno, ha convocato l’ambasciatore americano ad Ankara, John Bass, in seguito all’emissione di un mandato di arresto da parte degli USA verso 12 bodyguards del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, per via degli scontri di fronte all’ambasciata turca a Washington.

Il 16 maggio, le guardie dell’ambasciata turca nella capitale statunitense hanno aggredito alcuni manifestanti che protestavano di fronte alla residenza dell’ambasciatore. Successivamente, il 19 maggio, il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, insieme ad altri 28 membri del Congresso, ha affermato che “le guardie turche sarebbero dovute essere arrestate, giudicate in tribunale e messe in prigione”. Carolyn B. Maloney, una rappresentante del Partito democratico, inoltre, aveva spiegato che le guardie turche avevano colpito donne e uomini, e si erano rifiutate di obbedire agli ordini della polizia americana, la quale aveva chiesto di cessare tali comportamenti. Tuttavia, due agenti turchi che erano stati trattenuti in seguito all’episodio, erano stati liberati per aver invocato l’immunità, e sono tornati in Turchia insieme ad Erdogan dopo il 19 maggio.

Adesso, il Ministero turco ha definito il mandato di arresto “sbagliato e di parte”, dal momento che, ad avviso di Ankara, le autorità americane non sono riuscite a prendere le giuste precauzioni nel corso degli scontri del 16 maggio. “La decisione presa dagli USA è sbagliata e non ha alcun fondamento legale; i disordini di fronte all’ambasciata turca a Washington sono avvenuti per colpa delle forze di sicurezza americane che non sono riuscite a mettere in atto le misure di sicurezza necessarie”, ha riferito il Ministero turco in un comunicato. Nel documento, inoltre, si legge che “l’ambasciatore americano ad Ankara è stato informato della tolleranza mostrata dalle forze di sicurezza statunitensi verso i manifestanti che stavano protestando a pochi metri dalla residenza dell’ambasciatore turco, sventolando bandiere con simboli di organizzazioni terroristiche e assalendo persone innocenti”.

Tali scontri sono avvenuti a pochi giorni di distanza dall’arrivo di Erdogan a Washington, il 19 maggio. Con i mandati di arresto, ha spiegato Tillerson, gli USA vogliono dimostrare di non tollerare l’uso dell’intimidazione e della violenza per reprimere la libertà di parola e di espressione politica.

L’episodio è avvenuto in un momento di tensione tra gli USA e la Turchia, causato dalla questione delle People’s Protection Units (YPG), il braccio armato delle Syrian Democratic Forces (SDF) che combattono l’ISIS affianco della coalizione internazionale a guida USA in Siria. Ankara considera le YPG un gruppo terroristico legato al Kurdistan Workers’ Party (PKK), mentre gli Stati Uniti ritengono che i combattenti curdo-siriani siano un alleato chiave per sconfiggere i terroristi dello Stato Islamico. Nonostante le numerose richieste della Turchia di smettere di sostenere le YPG, il 9 maggio, il presidente americano, Donald Trump, ha ordinato l’invio di armi ai militanti curdi, facendo arrabbiare Ankara, la quale teme che l’equipaggiamento militare possa essere utilizzato contro la Turchia. Tuttavia, Washington ha assicurato di monitorare il trasferimento delle armi per assicurare che ciò non accada.

Ambasciata turca a Washington. Fonte: Wikimedia Commons

Ambasciata turca a Washington. Fonte: Wikimedia Commons

di Redazione

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