Nuovi attacchi della Turchia contro i combattenti curdi

Pubblicato il 30 aprile 2017 alle 6:38 in Medio Oriente Turchia

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L’esercito turco ha reso noto che 14 militanti del Kurdistan Workers’ Party (PKK) sono stati uccisi, ieri, nel corso di operazioni separate nella provincia turca di Adiyaman e nel nord dell’Iraq.

In un comunicato scritto, le forze armate turche hanno riferito che 6 combattenti del PKK sono morti durante un raid aereo contro la regione di Sinat-Haftanin, in Iraq, iniziato alle 8:31 di ieri mattina. In un altro bombardamento, che si è verificato alle 7:10 del mattino, nella provincia di Adiyaman, invece, sono morti altri 8 militanti. Hurriyet Daily ha riportato che, nel documento, si legge che, ad avviso dell’esercito turco, “i combattenti del PKK stavano pianificando attacchi terroristici”.Il governatore di Adiyaman, Abdullah Erin, ha spiegato che alcune squadre di ricerca stanno perlustrando la zona dei bombardamenti, e che “per fortuna nessun soldato locale è stato colpito”.

In un secondo comunicato, le forze armate turche hanno stimato che, nel corso delle operazioni che hanno avuto luogo tra il 20 e il 28 aprile nelle province a sud-est della Turchia di Sirnak, Hakkari, Siirt, Diyarkabir, Mardin, Tunceli, Bitril e Kars, 112 militanti del PKK sono stati uccisi. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, invece, ha riferito che nel nord dell’Iraq sono morti 220 membri del PKK. Riguardo all’ISIS, Erdogan ha affermato che “gli USA e la Turchia potrebbero unire le forze per trasformare Raqqa in un cimitero di combattenti dello Stato Islamico”, dal momento che la lotta contro i terroristi è un obbligo per assicurare la sicurezza nel paese. “Non tollereremo alcun gruppo terroristico”, ha specificato il leader turco.

Dal momento che negli attacchi contro le postazioni dei combattenti curdi sono morti anche membri delle People’s Protection Units (YPG), braccio armato del Syrian Democratic Union Party (PYD) e una componente importante delle Syrian Democratic Forces (SFD), il Dipartimento di Stato americano ha espresso la propria preoccupazione, affermando che le azioni di Ankara stanno mettendo a rischio anche i soldati americani che combattono in Siria affianco delle YPG contro l’ISIS. In una conferenza stampa, il vice portavoce del Dipartimento di Stato USA, Mark Toner, ha riferito: “Abbiamo chiaramente detto al governo turco che siamo preoccupati per la sua condotta; non solo non siamo coordinati all’interno della coalizione che combatte lo Stato Islamico, ma Ankara, così facendo, mette a rischio i soldati americani e ha causato la morte di peshmerga iracheni che ci stavano aiutando”.

Mentre Ankara considera i combattenti delle YPG terroristi al pari del PKK, Washington sostiene che i gruppi siano due entità separate e che la lotta congiunta con queste forze contro l’ISIS è di vitale importanza. Dal momento che Erdogan insiste che le forze della coalizione a guida USA smettano di appoggiare le YPG, il presidente turco ha riferito che, in occasione dell’incontro con Trump il 16 maggio, mostrerà al leader americano “documenti che provano i legami delle YPG al PKK. “Stiamo dicendo ai nostri amici americani di non combattere insieme ad un gruppo terroristico”, ha spiegato Erdogan, aggiungendo che, se Ankara e Washington coopereranno, insieme alle altre forze della coalizione, ad esclusione delle YPG, i terroristi verranno eliminati da Raqqa.

Amberin Zaman, autrice di un articolo pubblicato su al-Monitor, ha notato che la reazione degli USA in seguito agli attacchi turchi contro le milizie curdo-siriane è stata particolarmente dura. Il Comando Centrale americano ha sollevato proteste abbastanza rumorose e ha postato tweets in supporto alle YPG. Ad avviso di Zaman, questa reazione è stata pianificata per controbilanciare le critiche che sono state rivolte al presidente americano in seguito alla telefonata fatta ad Erdogan per congratularsi dopo la vittoria del referendum costituzionale del 16 aprile. In questo modo, una reazione dura agli attacchi turchi ha in qualche modo liberato Trump dalle valutazioni negative precedenti. L’autrice spiega, inoltre, che secondo alcuni esperti turchi, Trump vuole mantenere a tutti i costi buone relazioni con Ankara perché ritiene che sia un alleato chiave per contrastare l’Iran. Dall’altra parte, Erdogan, volendo mantenere a sua volti ottime relazioni con Washington, è diventato sempre più anti-iraniano e pro-Israele, in linea con gli interessi americani.

Intanto, l’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Federica Mogherini, il 28 aprile, ha affermato che “i colloqui per l’accessione della Turchia all’UE non sono stati sospesi e che, se Ankara vuole ancora entrare nell’Unione, dovrà rispettare le condizioni dettate”. L’affermazione della Mogherini segue un’ondata di critiche che si sono sollevate dai paesi membri dell’UE in seguito alla vittoria del referendum costituzionale turco, il quale conferirà maggiori poteri al presidente. In linea con quanto affermato dall’Alto Rappresentante, la Germania ha esortato gli altri Stati dell’Unione a non sospendere i negoziati, insistendo sul fatto che la Turchia è un alleato della NATO molto importante.

Aereo da guerra. Fonte: Wikimedia Commons

Aereo da guerra. Fonte: Wikimedia Commons

di Redazione

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