Putin approva il piano di sicurezza ecologica ma Greenpeace Russia accusa: un’altra Černobyl’ è possibile

Pubblicato il 27 aprile 2017 alle 10:44 in Russia

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In occasione del trentunesimo anniversario della catastrofe di Černobyl’  il Presidente approva una strategia per risolvere la crisi ecologica che attraversa il paese ormai da 50 anni, mentre Greenpeace Russia lancia l’allarme sull’alto livello di contaminazione da radiazioni nucleari e sulle nuove centrali nucleari.

La zona di alienazione presso Černobyl', in Ucraina. Fonte: Wikimedia Commons

La zona di alienazione presso Černobyl’, in Ucraina. Fonte: Wikimedia Commons

Il territorio della Russia colpito dal disastro di Černobyl’, così come da altri incidenti locali e da numerosi test nucleari, è ancora contaminato da radiazioni nucleari. Inoltre l’industria, la politica energetica e l’impatto del sistema di trasporti rende inquinata o molto inquinata l’aria respirata da 17 milioni di russi. Questo è quanto riferisce un documento firmato dal Presidente della Federazione russa Vladimir Putin che lancia un progetto a lungo termine di “messa in sicurezza ecologica” del paese. Il Presidente ha chiesto al governo di stanziare entro tre mesi i fondi e reperire i mezzi per l’attuazione del piano.

Varato in occasione del trentunesimo anniversario dell’incidente nella centrale nucleare di Černobyl’ (26 aprile 1986), il piano si propone di risolvere il perenne stato di emergenza ecologica che la Russia attraversa ormai dagli anni ’70 dello scorso secolo.

Le lezioni di Černobyl’ sono state ignorate – è l’allarme che lancia in concomitanza Greenpeace Russia. L’analisi del gruppo ecologista concorda con quello del governo sulla contaminazione del territorio russo interessato non solo dalla catastrofe della centrale oggi in Ucraina, ma anche nelle zone colpite da altri incidenti, come quello di Majak del 1957. Greenpeace però va oltre e accusa che 5 milioni di russi vivono in zone contaminate con livelli di radiazioni paragonabili a quelli della “zona di alienazione” (un raggio di 30 km intorno alla centrale nucleare, divisa tra Ucraina e Bielorussia). I dati coincidono con quelli registrati da altre ONG in molte zone dell’Ucraina, tra cui alcuni quartieri di Kiev, e della Bialorussia.

Greenpeace lancia anche un allarme riguardo alle condizioni delle centrali nucleari attive nel paese e in particolare sul progetto di costruzione di un reattore nucleare galleggiante sul Baltico, a soli 2km in linea d’aria dal centro di San Pietroburgo. La legge varata dopo Černobyl’ – accusano gli ecologisti – vieta la costruzione di centrali nucleari a meno di 100Km dalle città con una popolazione superiore ai 2 milioni di abitanti, ma è stata emendata nel 2014.

La posizione di Greenpeace è appoggiata da alcune associazioni di “liquidatori”, i volontari intervenuti – spesso a costo della vita – per frenare le conseguenze dell’incidente nucleare di Černobyl’.

Il 26 aprile 1986, a seguito di alcuni esperimenti condotti senza le necessarie misure di sicurezza, il quarto reattore della centrale nucleare di Černobyl’ esplose. L’esplosione causò una serie di reazioni nucleari incontrollate che contaminarono molti paesi d’Europa, rendendo impossibile la vita umana nei pressi del reattore. L’allora leader sovietico Michail Gorbačev rese noto l’incidente solo il 6 maggio successivo. Le conseguenze sulla popolazione, sugli animali (tumori, mutazioni genetiche) e sull’ambiente sono ancora oggi oggetto di studio e di controversia. Secondo l’ONU sono 4.000 le morti attribuibili all’incidente, Greenpeace – calcolando anche le conseguenze – parla di 6 milioni, le autorità sovietiche, all’epoca, ne accertarono 66.

Nonostante le cattive relazioni con l’Ucraina, la Russia continua a occuparsi della raccolta e dello stoccaggio delle scorie nucleari nella zona di Černobyl’.

Traduzione dal russo e redazione a cura di Italo Cosentino.

di Redazione

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