Aung San Suu Kyi: nessuna pulizia etnica contro i Rohingya

Pubblicato il 6 aprile 2017 alle 13:25 in Asia Myanmar

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Aung San Suu Kyi non riconosce che in Myanmar è in corso una pulizia etnica della minoranza musulmana. Questo quanto dichiarato dalla leader del Myanmar, Premio Nobel per la Pace, alla BBC dopo che il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu ha deciso di condurre delle indagini sulle accuse di violazione dei diritti umani da parte dell’esercito birmano.

 “Non credo stia avvenendo alcuna pulizia etnica. Credo che “pulizia etnica” sia un’espressione troppo forte per indicare ciò che sta accadendo”, ha dichiarato Aung San Suu Kyi durante l’intervista alla BBC, mercoledì 5 aprile.

 Il governo di Aung San Suu Kyi, in carica solo da un anno, deve ora affrontare le accuse della comunità internazionale per il trattamento che l’esercito sta riservando, dall’ottobre 2016, alla minoranza etnica Rohingya, di fede musulmana presente nel nord del paese. I Rohingya vengono considerati immigrati illegali dal Bangladesh dal governo birmano, mentre il paese confinante li ritiene cittadini del Myanmar, situazione che lascia la maggioranza della popolazione dello stato di Rakhine in un limbo. Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha deliberato che avvierà delle indagini per le violazioni dei diritti dei Rohingya, in quanto vi sono molte accuse ai danni dell’esercito birmano di torture, omicidi e violenze sessuali.

Aung San Suu Kyi ha dichiarato alla BBC che c’è stata “molta ostilità” nella zona occidentale dello stato di Rakhine, zona in cui risiedono più di un milione di Rohingya. “Si tratta anche di musulmani che uccidono altri musulmani, anche se pensano che stiano collaborando con le autorità. Non è semplicemente una questione di pulizia etnica. È una questione di persone che si trovano sui due lati di una linea di divisione, che noi stiamo cercando di chiudere. Stiamo lavorando perché non si allarghi ulteriormente”, ha dichiarato la leader del Myanmar.

Il governo birmano ha già avviato un’indagine sui presunti crimini commessi dalle truppe nello stato di Rahkine e ha chiesto al ex Segretario Onu, Kofi Annan, di presiedere una commissione con l’obiettivo di sanare le divisioni storiche tra buddisti e musulmani nel paese.

Aung San Suu Kyi ha dichiarato che l’esercito non era “libero di violentare e torturare. È libero di andare e combattere e questo fa parte della costituzione … Le questioni militari devono essere lasciate all’esercito”, ha continuato.

Sono 75000 i profughi di etnia Rohingya che hanno lasciato il Myanmar per fuggire in Bangladesh dall’inizio della campagna militare nello stato di Rahkine, nell’ottobre 2016. La goccia che ha scatenato l’intervento armato sono stati degli attacchi, condotti da militanti islamisti Rohingya, ad alcune stazioni di polizia di confine. “Se torneranno qui, saranno al sicuro”, ha commentato Aung San Suu Kyi parlando dei profughi e chiedendo loro di tornare in Myanmar.

Il partito democratico di Suu Kyi, la National League for Democracy, ha vinto le elezioni nel 2015 segnando la fine del governo militare, ma ha già deluso il popolo per non essere riuscito a condurre riforme a tutto campo e a calmare le rivolte.

Il popolo Rohinghya è una minoranza musulmana presente nello Stato di Rakhine nel Myanmar. Il gruppo etnico non è formalmente riconosciuto dal governo nazionale ed è perseguitato dal governo dello Stato di Rakhine. La continua violazione di diritti umani nei confronti della minoranza musulmana ha scatenato l’esodo di milioni di profughi verso i paesi del sud-est asiatico che comprendono soprattutto Indonesia, Malesia, Filippine e Thailandia.

34.000 persone di etnia Rohingya hanno lasciato il Myanmar, dall'ottobre 2016. Fonte: EU Humanitarian Aid and Civil Flickr

34.000 persone di etnia Rohingya hanno lasciato il Myanmar, dall’ottobre 2016. Fonte: EU Humanitarian Aid and Civil Flickr

di Redazione

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