I rifugiati siriani in Turchia: il focus della settimana

Pubblicato il 2 marzo 2017 alle 6:59 in Approfondimenti Turchia

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Il flusso dei rifugiati siriani verso la Turchia sta assumendo dimensioni senza precedenti.

Secondo le ultime stime del Ministero degli Esteri turco del 23 febbraio 2017, nel paese sono presenti 2,924,583 rifugiati siriani, distribuiti in 41 provincie diverse, di cui le cinque principali sono: Istanbul, che ospita 466.301 profughi, Sanliurfa (413,176), Hatay (381,79), Gaziantep (324,624) e Adana (149,592). La maggioranza dei quasi tre milioni di siriani presenti in Turchia ha un’età compresa tra i 19 e i 24 anni; il 53,8% è composto da uomini, contro il 46,8% di donne. Il Ministero della Direzione Interna per la gestione dell’Immigrazione turco ha reso noto che 259,694 siriani sono stati ospitati regolarmente nei centri di accoglienza, mentre i restanti 2,664,889 si trovano al di fuori di queste strutture.

Dallo scoppio della guerra in Siria nel marzo 2011, Ankara ha aperto le proprie frontiere ai profughi siriani e ha iniziato a costruire accampamenti nelle provincie di Hatay, Kilis, Gaziantep e Şanlıurfa, arrivando ad accogliere complessivamente 8,000 persone nel corso di quell’anno. Con il prolungarsi del conflitto siriano, la Turchia ha progressivamente ospitato un crescente numero di rifugiati, passando da14,237 profughi nel 2012, a 224,655 nel 2013, 1,518,286 nel 2014 e 2,503,549 nel 2015. L’aumento più incisivo è avvenuto nel corso del 2014, anno in cui è emersa la minaccia dell’ISIS, che si è impadronito di vaste aree territoriali siriane e irachene durante i mesi estivi.

Un report del Transatlantic Council on Migration, pubblicato il 26 settembre 2016, spiega che, quando il primo gruppo composto da 250 siriani è arrivato in Turchia il 29 aprile 2011, il governo locale ha dichiarato una politica “open-door”, accogliendo indistintamente tutti i cittadini siriani nel rispetto del principio del non-respingimento sancito dalla Convenzione sui Rifugiati del 1951, firmata dalla Turchia nel 1954 e entrata in vigore nel 1962. Inoltre, le autorità turche si sono impegnate da subito a fornire beni di prima necessità ai rifugiati, conferendo loro la definizione di “ospiti sotto protezione temporanea”, basata sull’assunzione che, una volta terminato il conflitto, questi individui sarebbero tornati in Siria. Tale concetto è stato poi legalizzato per la prima volta due anni dopo, l’11 aprile 2013, con la proposta della Law on Forigners and International Protection (LFIP), una nuova legislatura volta a regolare i principi e le procedure riguardanti l’entrata degli stranieri nel paese, la loro permanenza e la loro uscita, il cui obiettivo principale era quello di fornire protezione ai rifugiati. Adottata definitivamente il 4 aprile 2014, la nuova legislatura, all’articolo 91, contiene la definizione di “protezione temporanea”, ovvero uno status di protezione attribuito agli stranieri che, forzati ad abbandonare il loro paese, hanno attraversato i confini turchi in gruppi, o individualmente, durante un periodo di immigrazione di massa, per cercare una protezione momentanea e di emergenza. In virtù di questo regime, i cittadini siriani che scappano dal loro paese, anche sprovvisti documenti, possono essere ammessi in Turchia senza il rischio di essere rimandati indietro contro il loro volere. Sotto la legislazione della protezione temporanea, i rifugiati, sia che risiedano nei centri di accoglienza, sia che vivano altrove, godono di diversi diritti, quali l’accesso alle cure mediche, l’assistenza sociale e l’accesso al mercato del lavoro. Il 22 ottobre 2014, le autorità turche hanno introdotto la Temporary Protection Regulation, un documento formato da 63 articoli che regola le procedure ed i principi legati alla pratica della protezione temporanea, contenuta nell’art.91 della LFIP. Tale regolamentazione, oltre a prevedere che i rifugiati siriani abbiano il diritto di beneficiare dei servizi medici, ha istituito i Migrant Health Centres, centri medici e ambulatori presenti nei campi dei rifugiati dove, oltre ad essere curati, possono lavorare anche i professionisti immigrati siriani.

Per quanto riguarda l’istruzione, la legislazione turca riconosce il diritto a tutti i bambini, anche quelli stranieri, di ricevere un’educazione primaria fino ai 12 anni. Sul sito del Ministero della direzione Interna per la gestione dell’Immigrazione, si legge che, nel contesto della protezione temporanea, vengono istituiti centri educativi per fornire, anche per gli adulti siriani, le competenze necessarie per rendersi indipendenti e attivi nella società turca. Il ministero precisa che, nonostante la Turchia ospiti questi individui temporaneamente, vuole offrire loro la giusta preparazione in vista della fine della guerra. Dato l’aumento progressivo del flusso dei migranti provenienti dalla Siria, il Ministero dell’Educazione turco, il 23 settembre 2014, ha emanato la circolare “Education Services for Foreign Nationals, con l’obiettivo di fornire, ai bambini stranieri, una guida per l’accesso alle scuole, in particolar modo ai bambini siriani. Tale provvedimento ha portato all’istituzione di commissioni ministeriali e provinciali che monitorano la coordinazione tra le organizzazioni sociali, le organizzazioni internazionali e le istituzioni pubbliche turche. Il Ministry of National Education (MoNE) locale ha istituito i “centri temporanei di educazione” (TECs) per permettere ai rifugiati minori siriani di continuare il loro percorso scolastico, offrendo lezioni in arabo grazie a maestri siriani volontari. I TECs sono presenti in tutti i campi del sud-est della Turchia, dove il MoNE sta cercando di introdurre anche l’insegnamento della lingua turca. Secondo quanto riportato dalla UN Refugee Agency, in Turchia ci sono più di 1,2 milioni di bambini siriani, il 60% dei quali è regolarmente iscritto a scuola.

Riguardo al mercato del lavoro, nonostante la Turchia abbia conferito ai rifugiati siriani uno status di “ospiti temporanei”, nel gennaio 2016 ha adottato la Regulation on the Work Permit of Foreigners Under Temporary Protection, grazie alla quale i siriani sono abilitati a lavorare, richiedendo permessi al Ministero del Lavoro turco, almeno 6 mesi dopo la loro registrazione nel paese. Uno studio del Parlamento Europeo, pubblicato nel dicembre 2016, spiega che, prima di questa legge, l’integrazione degli stranieri nel mercato del lavoro in Turchia era decisamente debole perché il paese, storicamente, era sempre stato uno Stato di passaggio. Tuttavia, anche dopo l’introduzione dei permessi di lavoro per i rifugiati sotto protezione temporanea, il settore del lavoro nero è rimasto, ed è tutt’ora, la piattaforma principale di impiego sia per i siriani, sia per gli immigrati provenienti da altri paesi. Moltissimi bambini sono coinvolti nel mercato del lavoro sommerso, e sono esposti quotidianamente a condizioni lavorative pericolose e instabili. Per scoraggiare questa attività, le autorità turche, nel luglio 2016, hanno adottato International Labour Force Law (ILFL), il cui obiettivo è quello di spingere i rifugiati a cercare lavoro nel mercato regolare, anche per proteggere ed aumentare la produttività del paese. A differenza della precedente regolamentazione, la LFL prevede una politica selettiva che esamini le qualificazioni dei migranti, permettendo l’accesso al mercato del lavoro solo agli idonei.

Nel gennaio 2017, la Turchia ha stimato di aver speso più di 11,4 miliardi di euro per la gestione di rifugiati dall’inizio della guerra in Siria nel 2011. Nel novembre 2015, l’Unione Europea è intervenuta a sostegno di Ankara lanciando il Facility for Refugees in Turkey, un piano che prevede una cooperazione congiunta per aiutare i rifugiati siriani e quelli di altre nazionalità presenti nel paese. L’accordo ha introdotto un meccanismo di azione dal valore di 3 miliardi di euro per il 2016 e il 2017, finanziato per 1/3 dal budget dell’UE, e per 2/3 dai contributi degli Stati membri. In un comunicato stampa rilasciato dalla Commissione Europea il 28 settembre 2016, si legge che, dal marzo di quell’anno, l’UE ha mobilitato più di 2 miliardi di euro sui 3 previsti dal Facility for Refugee in Turkey.

Al di là dei finanziamenti, sul piano della gestione e coordinazione dell’immigrazione, il 18 marzo 2016, la Turchia e l’UE hanno firmato un accordo per bloccare i flussi migratori diretti in Europa, con l’obiettivo di limitare il traffico di esseri umani in favore dell’immigrazione legale e per diminuire la mortalità nella tratta del Mar Egeo durante le traversate. Il patto si è basato su alcuni punti importanti. In primo luogo, tutti i migranti irregolari, giunti in Grecia successivamente al 20 marzo 2016, sono stati rimandati in Turchia, dove, in base al principio del non-respingimento, sono stati accolti e protetti secondo gli standard previsti dal diritto internazionale. In secondo luogo, l’accordo prevede che, per ogni rifugiato siriano rimandato in Turchia, un altro rifugiato sia assegnato ad un altro paese europeo per il ricollocamento. Il risultato è stato la chiusura della rotta balcanica e, dal 20 marzo al settembre 2016, il numero totale di migranti irregolari che sono stati rimandati in Turchia dalla Grecia è stato superiore a 1,200, mentre i rifugiati che sono stati assegnati al ricollocamento in altri paesi dell’UE sono stati 1614. Tuttavia, l’accordo non ha avuto gli effetti che l’UE aveva sperato. Il 14 febbraio 2017, Amnesty International ha pubblicato un reclamo, in cui ha denunciato che migliaia di rifugiati, destinati a essere rimandati in Turchia, sono stati lasciati in un limbo nelle isole greche, vivendo in condizioni di grave disagio. Gauri Gulik, vice-direttore di Amnesty International per l’Europa, ha definito l’accordo sull’immigrazione firmato con Ankara “un disastro”.

Dal novembre 2016, con l’intensificarsi dei bombardamenti su Aleppo, nuovi flussi di rifugiati siriani hanno cominciato a radunarsi ai confini con la Turchia, la quale ha chiuso temporaneamente le proprie frontiere, affermando che “il paese ha raggiunto il limite”, e che soltanto le ambulanze avrebbero avuto il diritto di transito. Il 9 febbraio 2016, le Nazioni Unite hanno lanciato un appello chiedendo ad Ankara di riaprire il passaggio ai rifugiati siriani, dal momento che decine di migliaia di individui erano ammassati lungo i confini. La Turchia ha inviato il cibo, l’acqua e l’equipaggiamento necessario a costruire campi profughi, ma il governo ha affermato che “i rifugiati potranno essere ammessi solo se necessario”, in situazioni di emergenza.

In un documento pubblicato a gennaio 2017 dalla Commissione Europea, si apprende che, considerati anche i migranti provenienti da altri paesi, la Turchia ospita più di 3 milioni di persone, rappresentando lo Stato con il numero più alto di rifugiati al mondo.

A cura di Sofia Cecinini

Campi di rifugiati siriani in Turchia. Fonte: Wikimedia Commons

Campi di rifugiati siriani in Turchia. Fonte: Wikimedia Commons

di Redazione

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