L’ISIS e i Balcani: il focus della settimana

Pubblicato il 17 febbraio 2017 alle 8:00 in Approfondimenti Balcani

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Lo scorso giugno, l’intelligence croata ha emesso un report in cui ha evidenziato che la minaccia jihadista in Croazia, pur essendo assai limitata, si è estesa ai paesi confinanti. Nel documento si legge che, dal 2012 a oggi, circa 900 individui provenienti da Albania, Bosnia Herzegovina, Kosovo, Macedonia, Montenegro e Serbia, sono partiti alla volta della Siria e dell’Iraq per unirsi all’ISIS e ad al-Qaeda. Secondo le stime dell’International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence (ICSR), dal 2012 all’inizio del 2015, i foreign fighters balcanici partiti per il Medio Oriente sono stati rispettivamente: 90 albanesi, 330 bosniaci, 100-150 kosovari, 12 macedoni, 2 montenegrini e 50-70 serbi.

Un rapporto del Combating Terrorism Center, pubblicato nel giugno 2014, spiega che, prima dello scoppio della guerra in Siria nel marzo 2011, i militanti balcanici partiti per andare a combattere non superavano la decina. Successivamente, la maggior parte dei miliziani si è unita alle fila del gruppo terroristico siriano affiliato ad Al Qaeda,  Jabhat al-Nusra (JN), in arabo “Fronte del soccorso al popolo della Siria”, mentre una minoranza si è arruolata con l’ISIS. Tuttavia, dopo l’autoproclamazione dello Stato Islamico, il 29 giugno 2014, i foreign fighters balcanici sono aumentati.

In seguito all’adozione della risoluzione 2178 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del settembre 2014, la quale condanna l’estremismo violento e chiede ai governi di prendere provvedimenti per fronteggiare il fenomeno dei foreign fighters, gli Stati balcanici hanno adattato le loro legislazioni esistenti alle direttive dell’Onu. A tale riguardo, il Country Report on Terrorism 2014, pubblicato dal governo americano, ha riassunto le innovazioni legislative introdotte dai paesi balcanici in materia di terrorismo. L’Albania ha aggiunto tre statuti al proprio codice penale per prevenire e punire “la partecipazione dei cittadini albanesi alle attività di organizzazioni militari o paramilitari in paesi stranieri”, vietando le operazioni di reclutamento e di sostegno a tali gruppi e imponendo pene dai 3 ai 15 anni. La Bosnia Herzegovina, pur non disponendo di un quadro giuridico dedicato al terrorismo, ha introdotto la prima legge contro i “foreign fighters” con l’obiettivo di scoraggiare la partenza dei cittadini verso i territori dell’ISIS. La Serbia ha adottato un emendamento al proprio codice penale, proibendo la partecipazione ai conflitti stranieri ed il supporto alle organizzazioni coinvolte in tali guerre. Le legislazioni del Kosovo e della Macedonia contenevano già leggi anti-terroristiche dedicate ai foreign fighters.

Tuttavia, da quando l’ISIS ha cominciato a perdere terreno in Siria e in Iraq, il flusso dei combattenti in partenza è diminuito notevolmente. Il 22 dicembre 2015, il New York Times ha riportato che lo Stato Islamico, in quell’anno, ha perso il 14% dei propri territori per mano dei soldati curdi tra l’Iraq e la Siria. Il 5 gennaio 2016, l’Independent ha riferito che l’ISIS aveva perso anche il 40% del proprio territorio in Iraq e il 20% delle proprie aree in Siria grazie alle operazioni della coalizione internazionale guidata dagli USA. Successivamente, nell’ottobre 2016, nella città irachena di Mosul, è iniziata una campagna militare contro l’ISIS da parte dell’esercito iracheno, con l’appoggio delle milizie sciite, curde e sunnite e delle forze della coalizione internazionale. Due mesi dopo, lo Stato Islamico ha perso anche il controllo della città di Aleppo, roccaforte siriana importantissima per il gruppo terroristico, che è stata riconquistata dall’esercito siriano di Bassar al-Assad con l’aiuto della Russia, dell’Iran e delle milizie sciite di Hezbollah.

Queste perdite hanno causato il progressivo rientro dei foreign fighters nei propri paesi di origine. Nei Balcani, dal 2015, sono stati arrestati più di 100 sospettati, gli ultimi dei quali nel corso dei mesi recenti. In Kosovo, nel novembre 2016, la polizia ha catturato 19 individui legati all’ISIS. Il 7 dicembre 2016, in Belgio sono stati arrestati 2 uomini e una donna kosovari che pianificavano attacchi terroristici nel paese in nome dello Stato Islamico. Il 23 dicembre, in Germania è stato trattenuto un cittadino del Kosovo, accusato di avere legami con il tunisino Anis Amri, autore della strage di Berlino del 19 dicembre 2016. Successivamente, il sito di notizie dedicato ai Balcani, Balkan Insight, ha reso noto che, dal 2015, 20 militanti bosniaci legati all’ISIS sono stati condannati a 75 anni di carcere, l’ultimo dei quali, Mehmed Tutmic, è stato processato il 6 febbraio 2017. Nel corso di questo ultimo mese, altri 5 cittadini bosniaci sono stati arrestati in Austria durante operazioni condotte dalle forze di sicurezza locali per smantellare un network jihadista legato all’ISIS.

Le progressive sconfitte e perdite di territori in Siria e in Iraq, oltre a causare il rientro in patria di centinaia di combattenti, stanno costringendo i jihadisti a spostare le proprie zone operative in aree diverse. Il timore è che i Balcani possano diventare un’area particolarmente propizia per le cellule dell’ISIS. Nel corso del 2016 e all’inizio del 2017, è stata segnalata la presenza di nuclei jihadisti fedeli allo Stato Islamico sia in Bosnia sia in Albania. L’agenzia europea contro la lotta al crimine EUROPOL, il 18 gennaio 2016, ha pubblicato un report in cui si legge che “esistono piccoli campi di addestramento nell’Unione Europea stessa e nei Balcani”, dove aspiranti combattenti vengono allenati attraverso attività sportive e simulazioni di guerra. Il 5 aprile 2016, il quotidiano tedesco Der Spiegel ha riportato che in alcuni villaggi a nord della Bosnia, dove viene applicata la sharia, la legge sacra islamica, sono state esposte bandiere dell’ISIS fuori dalle abitazioni. Il 22 luglio 2016, Sputnik International ha reso noto che, secondo una fonte vicina alle autorità di intelligence albanesi, ci sarebbero almeno 5 campi di addestramento dell’ISIS localizzati in aree remote presso i confini tra Kosovo, Albania e Macedonia. I più grandi sono stati edificati in aree adiacenti alle province kosovare di Urosevac, Djakovica e Decani, mentre i centri più piccoli si trovano nelle regioni di Prizren e Pec.

L’interesse dell’ISIS a stabilirsi nei Balcani non è una novità.

Il 5 maggio 2015, la casa di produzione dei jihadisti Al Hayat Media ha rilasciato un video, dalla durata di 20 minuti, intitolato “Honor is in Jihad – A message to the people of the Balkans”, in cui 8 militanti di origini balcaniche esortano a combattere contro “i miscredenti” locali, ordinando di piazzare esplosivi nelle case e sotto le loro auto, o di avvelenare il loro cibo e le bevande per ucciderli ovunque si trovino. Il 10 luglio 2016, lo Stato Islamico ha diffuso un nuovo filmato dal titolo “Way of Caliphate”, esortando all’edificazione di un califfato nei Balcani, soprattutto in Serbia. La voce narrante del video chiama i jihadisti della Bosnia, Croazia, Albania, Kosovo, Montenegro, Macedonia e Serbia a compiere attacchi per distruggere la democrazia e stabilire la sharia al suo posto. A novembre 2016, Balkan Insight ha riportato che, due mesi prima, Al Hayat ha lanciato un nuovo giornale intitolato “Rumiyah”, pubblicato anche in lingua bosniaca, in cui i seguaci dell’ISIS vengono spinti a compiere attacchi contro gli apostati in tutta Europa.

Tej Parkins, autore di un articolo intitolato “How Islamic State Is Putting the Balkans on Edge”, pubblicato su National Interest il 30 ottobre 2016, spiega che i Balcani sono stati collegati agli attacchi dello Stato Islamico in Europa in due modi.

In primo luogo, alcuni terroristi hanno sfruttato la rotta balcanica per entrare in Europa nelle vesti di migranti, come nel caso di 4 jihadisti, due dei quali hanno partecipato agli attacchi di Parigi nel 2015. Il Washington Post, il 22 aprile 2016, ha ricostruito le tappe del viaggio che ha condotto i militanti in Europa attraverso interviste con ufficiali dell’intelligence francese e attraverso la consultazione di alcuni documenti investigativi concessi dalla Francia. I quattro militanti sono giunti nell’isola greca di Leros, insieme ad altri 194 migranti, il 4 ottobre 2015, con passaporti siriani falsi. Due di loro, Mohammad Almohammad e Ahmad Almohammad, di origini irachene, sono entrati in Serbia dalla Macedonia il 7 ottobre 2015, per poi spostarsi prima in Croazia, poi in Ungheria, in Austria e infine in Francia, dove hanno partecipato agli attentati del 13 novembre. Gli altri due, Mohamed Usam, pakistano, e Adel Haddadi, algerino, sono stati trattenuti in Grecia e, successivamente, sono stati arrestati in Austria il 9 dicembre 2015.

In secondo luogo, dalle indagini compiute dalla European Investigative Collaboration, organizzazione fondata dal quotidiano tedesco Der Spiegel in collaborazione con le principali testate di altri sette paesi, è emerso che molte delle armi usate dai militanti in attacchi contro la Francia sono state fabbricate nei Balcani. Il 9 gennaio 2015, quando gli attentatori di Charlie Hebdo, Cherif e Said Khouachi sono stati uccisi dalla polizia francese a Dammartin-en-Guele, gli agenti hanno rivenuto due fucili da assalto e due pistole semi-automatiche prodotte dalla fabbrica serba Zastava, contenenti proiettili con i sigilli dell’ex-Jugoslavia. Lo stesso giorno, Amedi Coulibaly, responsabile dell’uccisione di 4 individui in un supermercato kosher a sud-est di Parigi, è stato trovato in possesso di due pistole semi-automatiche di fabbricazione slovacca risalente al 1951-1964. In relazione agli attacchi coordinati del 13 novembre 2015 a Parigi, la polizia ha rinvenuto tre kalashnikov di assalto provenienti da Cina, Bulgaria e Serbia e, ancora, la notte tra il 14 ed il 15 novembre, le forze di sicurezza francesi hanno trovato tre fucili di assalto serbi risalenti al 1986, all’interno di un veicolo abbandonato dai terroristi a Montreuil.

La quantità di armi illegali in circolazione nei paesi balcanici è fonte di forti preoccupazioni, in quanto permette di alimentare sia la criminalità organizzata locale, sia i gruppi terroristici. Tale problematica è stata evidenziata nella Relazione sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza del 2015, redatta dal Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica per il Parlamento italiano, in cui  si legge che i Balcani costituiscono una rete di approvvigionamento e trasferimento di armi e esplosivi sfruttata dall’ISIS e da altre organizzazioni criminali.

Secondo i dati riportati dalla South Eastern and Eastern Europe Clearinghouse for the Control of Small Arms and Light Weapons (SEESAC), le armi illegali sparse nei paesi balcanici sono rispettivamente: tra le 200,000 e le 900,000 in Serbia, 450,000 in Kosovo, mentre circa 750,000 in Bosnia Herzegovina. Nonostante i governi locali stiano cercando di eliminarle dalla circolazione, il loro traffico continua a sfuggire al controllo delle autorità. A tal proposito, la SEESAC lavora per rafforzare la capacità degli Stati balcanici di controllare e di ridurre la proliferazione di armi illegali.

I legami tra l’ISIS e i Balcani preoccupano sia i governi locali, sia l’Unione Europea. Nonostante il 18 marzo 2016 l’UE abbia firmato un accordo con la Turchia chiudendo la rotta balcanica ai flussi migratori verso l’Europa centrale, sarebbe necessaria una maggiore cooperazione su due fronti. In primo luogo tra l’Unione ed i Balcani, per migliorare la stabilità della regione; in secondo luogo tra i governi degli Stati dell’area, per condividere le proprie attività di intelligence e alzare ulteriormente i controlli di sicurezza.

A cura di Sofia Cecinini

Cartina dei Balcani. Fonte: Wikimedia Commons

Cartina dei Balcani. Fonte: Wikimedia Commons

di Redazione

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