L’immigrazione e l’Italia: il focus della settimana

Pubblicato il 26 gennaio 2017 alle 11:00 in Approfondimenti Italia

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Nel 2016 gli sbarchi sulle coste italiane sono stati 181,000, un record che segna un aumento del 18% rispetto ai 154,000 arrivi avvenuti nel 2015.

Secondo la stima dei dati annuali fornita dalla UN Refugee Agency, l’Italia detiene il primato europeo del numero di sbarchi nel Mediterraneo; degli oltre 361,000 migranti che nel 2016 hanno raggiunto l’Europa via mare, la metà è sbarcata sulle coste italiane. È aumentato anche il numero di minori giunti in Italia non accompagnati, pari a 25,772. Il picco di sbarchi nel nostro paese è stato, nel mese di ottobre, pari a 27,384 arrivi, un dato tre volte superiore a quello registrato nel 2015 nello stesso periodo. La principale area di approdo è stata la Sicilia, dove Augusta ha raggiunto il record di sbarchi, seguita da Catania, Messina e Palermo.

L’Italia possiede anche il primato del maggior numero di richieste di asilo. Da gennaio a ottobre 2016, ci sono state più di 98,000 domande, che costituiscono il dato più elevato degli ultimi anni. È interessante notare che l’85% delle richieste sono state presentate da uomini, mentre 4.168 sono arrivate da parte di minori non accompagnati.

La UN Refugee Agency ha stimato che, di tutti i migranti arrivati nel nostro paese nel 2016, il 15% proviene dalla Nigeria, il 10% dal Gambia, il 9% dalla Somalia, e l’8% da Eritrea, Guinea e Costa d’Avorio. L’Africa è quindi il principale continente che ha registrato il più alto numero di partenze verso l’Italia.

Nella maggior parte dei casi, i flussi migratori sono stati innescati sia dall’instabilità politica degli Stati di partenza, sia dalla povertà. Oltre a questi fattori, in Nigeria si è aggiunto il problema delle attività del gruppo terroristico fondamentalista Boko Haram che, solo nel 2015, ha causato la morte di 11,000 persone. Il Gambia, con una popolazione al di sotto di 2 milioni, è stato governato per 22 anni dal dittatore Yahya Jammeh, il quale è stato indotto, il 20 gennaio scorso, a lasciare il potere in favore del nuovo presidente Adama Barrow. La maggioranza dei giovani gambiani sono analfabeti, disoccupati e vedono nell’Europa un luogo dove trovare lavoro e migliorare le proprie condizioni di vita. La Somalia, oltre alle difficoltà economiche, segnata da una guerra civile che dura da 25 anni, subisce le attività dei miliziani di al-Shabaab. In Eritrea i cittadini scappano dal dittatore Isaias Afewerki, al potere dal 1993, che ha imposto un regime oppressivo molto duro. I ragazzi e le ragazze eritree sono obbligate a prestare servizio militare sin dall’età di 17 anni per un tempo indeterminato. Il leader della Guinea, Alpha Condè, è noto per reprimere ogni forma di dissenso con l’uso della forza. Infine, in Costa d’Avorio, i principali motivi di emigrazione sono legati a questioni economiche e ambientali.

Insieme all’aumento del numero degli sbarchi, è cresciuto anche il numero dei morti e dei dispersi nelle acque del Mediterraneo, che è pari a 5,022, un terzo in più rispetto al 2015, e pari al 78,8% dei migranti deceduti in tutte le rotte migratorie mondiali. Riguardo alle principali coste da cui salpano le imbarcazioni dirette in Italia, nel 2016, al primo posto troviamo la Libia, con l’82% degli esodi, seguita dalla Tunisia con il 5,2%, Egitto e Algeria 5,1%, Grecia 1,4% e Turchia 0.9%.

Complessivamente, secondo le stime fornite da un report dell’Overseas Development Institute,  circa mezzo milione di migranti sono entrati in Europa nel 2016, non soltanto attraversando il Mediterraneo.

Nel corso dell’anno passato, abbiamo assistito a tensioni tra la leadership italiana e la leadership dell’Unione Europea, accusata di aver abbandonato l’Italia nella gestione dei crescenti flussi migratori. Il 2015 si era chiuso con l’adozione del piano sull’immigrazione, approvato durante il vertice di Valletta dell’11-12 novembre, proposto dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. La prima parte del piano prevedeva la redistribuzione per quote obbligatorie di 120,000 richiedenti asilo nei 28 paesi dell’UE, insieme ad una modifica delle regole sul diritto di asilo. Le norme applicate fino a quel momento prevedevano che ogni richiedente asilo rimanesse presso il paese in cui aveva ricevuto lo status, senza avere la possibilità di spostarsi. In tal modo, molti Stati mediterranei di primo approdo evitavano di registrare i migranti che avessero voluto raggiungere un paese diverso, permettendo loro di partire. Con il nuovo provvedimento, invece, i migranti devono essere registrati nel primo paese di arrivo, per poi avere la possibilità di viaggiare verso altre destinazioni. La seconda parte del piano conteneva la creazione di un fondo di 1,8 miliardi di euro con cui aiutare gli Stati africani di maggior esodo.

Per conformarsi agli obiettivi del piano, sarebbe stato necessario un vero e proprio coordinamento tra i membri dell’UE. Tuttavia, le reazioni dei paesi sono state diverse. Gran Bretagna, Ungheria, Polonia e Paesi Baltici si sono schierati in prima linea sul fronte del rifiuto, seguite da Spagna e Francia. La Germania ha assunto una posizione intermedia, insieme a Svezia, Olanda, Austria e Finlandia. Per mettere d’accordo i 28 paesi dell’UE si è dovuto attendere il 18 marzo 2016. In tale data, è stato firmato un accordo con il primo ministro turco, Ahmet Davutoğlu, con l’obiettivo di fermare i migranti prima di entrare in Europa, al di là dell’Egeo, e di rimandare indietro quelli non idonei a ricevere il diritto di asilo. L’attuazione del piano ha portato alla chiusura della rotta balcanica e all’intensificazione della lotta contro l’attività dei trafficanti di esseri umani.

Il 15 aprile 2016, il governo italiano, sotto la guida di Matteo Renzi, ha presentato all’UE un’iniziativa per la gestione dei flussi migratori, un non-paper intitolato Migration Compact, accompagnato da una lettera firmata dallo stesso presidente del Consiglio. La proposta si basava su alcune premesse. La prima suggeriva di considerare le migrazioni verso l’Europa un fenomeno strutturale. A tal proposito, le soluzioni di emergenza dovevano essere inserite all’interno di un piano più ampio mirato ad agire sulle cause dei flussi. La seconda premessa prevedeva che l’UE interloquisse con i paesi chiave africani di maggior esodo, definendo con ognuno di loro il tipo di cooperazione da sviluppare. In tal senso, il Migration Compact proponeva un’emissione di debito europeo sotto forma di eurobond Africa-UE (Common EU Migration Bonds), per facilitare l’accesso dei paesi africani ai mercati di capitali e ad altre attività finanziarie.

Il documento è stato accolto positivamente dai vertici dell’UE, risollevando i rapporti tra Renzi e l’Alto Rappresentante dell’Unione Federica Mogherini. I due avevano avuto contrasti in occasione dell’accordo con la Turchia per via della questione sollevata da Renzi sul rispetto dei diritti umani da parte di Ankara. Nonostante l’entusiasmo iniziale verso il Migration Compact, gli eventi, ancora una volta, hanno preso una piega diversa. Gli eurobond Africa-UE sono stati bocciati dalla Germania, la quale si è opposta a qualsiasi forma di condivisione del debito comunitario. Di conseguenza, la Commissione ed il Consiglio dell’UE hanno modificato il Migration Compact, facendolo rientrare nei binari del vecchio piano Juncker, e inserendolo all’interno della Global Strategy, una nuova strategia concentrata sulla sicurezza, la difesa e sul fenomeno dell’immigrazione, presentata dalla Mogherini il 28 giugno 2016. I principali obiettivi dell’iniziativa sono lo sviluppo di una cooperazione con i paesi di maggior esodo e il miglioramento della collaborazione tra i partner internazionali. Insomma, un approccio più mirato e diretto, in linea con le proposte di Renzi, al raggiungimento di risultati concreti.

In seguito alla vittoria della Brexit al referendum del 23 giugno in Gran Bretagna, i 27 leader dei paesi membri dell’UE si sono riuniti il 16 settembre a Bratislava, su invito del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Ne è emersa una roadmap sulle politiche economiche e sulla gestione dell’immigrazione. Per la seconda volta, Renzi ha criticato la gestione dei migranti e della politica economica europea di alcuni paesi membri. A suo avviso, Germania e Francia non hanno rispettato le politiche sul surplus commerciale e sull’immigrazione.

In seguito alle dimissioni di Renzi da capo del governo, il 2017 si è aperto con le visite diplomatiche del nuovo ministro degli interni, Marco Minniti, in Tunisia, il 3 gennaio, e in Libia, il 9 gennaio, per raggiungere accordi sull’immigrazione. A Tunisi, il ministro ha incontrato la controparte tunisina, Hdi Majdoub, con cui ha partecipato a una riunione congiunta insieme ai responsabili della sicurezza di entrambi i paesi. Dai colloqui è emersa la necessità di approfondire la coordinazione tra Italia e Tunisia per combattere il terrorismo e i trafficanti di esseri umani. I due ministri si sono concentrati anche sulla questione della sicurezza delle frontiere marittime e sulle modalità con cui affrontare l’immigrazione clandestina. Pochi giorni dopo, a Tripoli, Minniti ha incontrato il capo del Governo di Unità Nazionale (GNA), Fayez al-Serraj. Oltre ad aver annunciato la riapertura dell’ambasciata italiana nella capitale libica, il ministro degli interni italiano ha dato il via ad una nuova fase di collaborazione tra i due paesi, focalizzata sulla gestione dei flussi migratori.

Il 18 gennaio, il ministro Minniti ha presentato alla commissione Affari Costituzionali della Camera la riforma del governo Gentiloni sull’immigrazione. Il piano ruota intorno ad alcuni punti fondamentali. In primo luogo, prevede la creazione di una rete di Centri di identificazione e espulsione (Cie), da instituire uno in ogni regione, con l’esclusione di Val d’Aosta e Molise. In secondo luogo, la riforma sancisce l’abolizione dei gradi di appello per i richiedenti asilo, proposta già presentata dal ministro della giustizia, Andrea Orlando, lo scorso giugno. In terzo luogo, i richiedenti asilo dovranno lavorare venendo impiegati in attività socialmente utili entro due mesi dalla presentazione della domanda di asilo.

In conclusione, la politica di immigrazione portata avanti dal governo italiano sta dando la priorità al raggiungimento di accordi bilaterali con i paesi del Nord Africa maggiormente coinvolti nel transito dei flussi migratori.

A cura di Sofia Cecinini

Da sinistra verso destra, le bandiere dell'UE e dell'Italia. Fonte: italiaue.it

Da sinistra verso destra, le bandiere dell’UE e dell’Italia. Fonte: italiaue.it

di Redazione

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